lunedì 14 luglio 2014

Ultime dalla camera mortuaria

I poveri miscredenti come me che non pregano e non credono nell'Aldilà restano forse più interdetti degli altri davanti ad un corpo morto. Cosa ci rende, dunque, vivi? Siamo solo un ammasso di cellule e impulsi nervosi che funzionano e poi non funzionano più?

Quando Marco, due giorni fa, mi ha chiesto come stai? io gli ho risposto non piango per la lei di adesso ma per quello che è stata.
Non vorrei sembrarvi cinica ma, credetemi, mia nonna non mi mancherà. Non ci vedevamo mai e non ci parlavamo mai, per circa tre quarti della mia vita sono stata una pessima nipote, come lei, del resto, è stata una pessima nonna.

Non mi mancherà, dunque, non più di quanto mi è mancata tutti i giorni della mia vita dall'età di circa otto anni.


Mia nonna, Elena Lucia, era una persona piuttosto estroversa. Cantava e indossava vestiti a fiori. Portava le maniche a tre quarti anche d'inverno affinché le si potessero vedere i bracciali. E minacciava di morte chiunque le rovinasse i gerani.

Fumava, il che mi è sempre sembrata una cosa bizzarra: era una donna d'altri tempi, con una pettinatura d'altri tempi, un matrimonio d'altri tempi e soprattutto una mentalità d'altri tempi eppure, ogni tanto, dopo aver lavato mutande e calzini dei suoi quattro figli, pulito la casa e cucinato per tutti, si sedeva, sfilava una Lido blu dal pacchetto e iniziava a fumare. A volte ne fumava solo mezza, il che mi appariva anche più bizzarro.

La mattina, quando non c'era scuola, mia madre mi lasciava da lei: in cucina, guardando Uno Mattina assieme a lei e al nonno Nino, lasciavo cadere pezzetti di fette biscottate dentro il latte al cacao.
Amava i fiori, mi portava con lei fuori in giardino a potare qualcosa a innestare qualcos'altro. C'era una pianta con dei fiori arancioni e sottili sui quali si posavano delle farfalle, lei alzava le foglie della pianta per farmi vedere i bruchi, mi spiegava che presto o tardi avrebbero volato anche loro.

Sapeva cucire, rammendava i calzini con uno strano aggeggio che sembrava una maracas, aveva una macchina da cucire Singer, di quelle antiche, col pedale. Credo abbia cucito lei tutti i miei costumi di carnevale. Lo stesso stanzino in cui si trovava la macchina da cucire era adibito a stanzino delle preghiere: teneva assieme un mazzetto di santini, preghiere, vari ritagli e, ovviamente, il rosario.
Mi annoiavo a morte quando iniziava a dire il rosario, parlavo, la interrompevo, le facevo perdere il contro delle avemarie.

Le piacevano i gatti, dava loro da mangiare pane e latte o la pasta avanzata dal pranzo. La sua gatta, quando ero piccola, si chiamava Bianchina. Dopo di lei una lunga dinastia di Bianchine ha popolato il nostro giardino ma una volta, una soltanto, eccezionalmente, chiamò un gatto Lillino.

Mia nonna cantava, l'ho già detto, ma non come tutti, sotto la doccia.
Credo ci sia ancora, dentro una vetrina, una sua foto con un microfono in mano: era andata con mio nonno non so dove, c'era un microfono e lei si è messa a cantare.
Tutta la mia cultura musicale dagli anni Trenta ai Sessanta la devo a lei. Non so se senza le sue hit dal passato avrei mai apprezzato Mina o Sergio Endrigo. Grazie a lei so chi è Nico Fidenco e sfido qualsiasi ventottenne a dirmi chi è (senza consultare Mr. Google).

Ora è nel cimitero più bello di Palermo e di questo sono davvero contenta: è un posto che amo, è un cimitero monumentale con lunghe file di cipressi e tutte quelle cose lì.


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