lunedì 4 luglio 2011

"Impotente annusavo tutto quell'abbandono che volava spiegando ali scure nel mio cielo"

[Commento a Revolver di Isabella Santacroce]


Non tutte le vite sono uguali. Per fortuna, potrebbe aggiungere qualcuno. Ma quando hai nove anni e ti senti profondamente diversa e sdradicata da tutto ciò che hai attorno, puoi prenderla solo come sfiga nera.
Questa storia parla di Angelica, è una bambina e i suoi genitori decidono di abbandonarla. La lasciano con una zia malata e una badante isterica. Non le lasciano niente, solo tanto silenzio, l'abbandonano alla dittatura di se stessa, alle sue sigarette fumate troppo presto, al suo abat-jour color pesca. Angelica cresce, e si porta dietro per tutta la vita la voglia di non farcela. Di non sopravvivere. Angelica, potrebbe sembrare una banalissima sgualtrinella dal fegato zuppo, ma pensa molto, tutto quello che fa lo pensa, e poi lo fa. Angelica adotta una scimmia e la chiama Souvenir, la chiama Mariella, la chiama Veronica-culo-da-favola, sono tutti i suoi salvagenti, piccoli galleggianti sparsi per la sua vita, ai quali si aggrappa, per non annegare, e li corrompe allo stesso tempo. Angelica è come la peste, tutto quello che tocca diventa marcio, Angelica ha frainteso un uomo, ha desiderato fosse un'ennesima via di fuga. Non lo è stato. E' stato peggio di tutto il resto. Poi Angelica ha trovato un amore, anche questo sbagliato, anche questo fuori tempo. Angelica ha rotto la sua vita, probabilmente in modo irreparabile. Ha rotto le persone come giocattoli da quattro soldi, ha rotto se stessa, ha rotto la zia, ha rotto Mariella, ha rotto Veronica-culo-da-favola, ha rotto Gianmaria, ha rotto Mattia. Non c'è più nessuno in piedi attorno a lei. 
Ritaglia una fotografia a grandezza naturale. Attacca due elastici alle tempie, si fissa la maschera al volto. Non sei più tu Angelica, e lo sei sempre stata, quella della foto è morta sotto fiumi di alcol e sesso torbido eppure è sempre lì dentro, aspetta la sua mamma e la sua infanzia, sputa su tutto quello che non ha avuto e lo desidera, lo desidera sino a far finta di non essere fuori tempo massimo. 
Angelica non ha speranza, eppure continua a sperare, si arrabbia, si arrabbia moltissimo con tutti quelli che lascia indietro, anche se Angelica è la peste, Angelica va avanti, col trucco che cola, con le guance sporche di sangue. Non si rassegna a niente, non si rassegna a Gianmaria, né al suo ristorante, non si rassegna al menù-romanzo, né alla suocera una-volta-per-tutte, la rassegnazione la disgusta, a lei serve soltanto un'altra via di fuga. Un'altra, ancora un'altra via di fuga. 
Mira. Premi. Spara.



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