giovedì 17 settembre 2015

Quelli che si fanno i selfie sono tutti scemi.

selfie facebook instagram social network scemo idiota

Lo stereotipo è una cosa che mi manda particolarmente in bestia.
Ancor di più se è sciorinato acriticamente da gente che vorrebbe darsi un tono, che si fa forte di aver individuato tutte le debolezze che vivono in seno ai "tipi" di persone che gli vivono intorno senza mai chiedersi e io? che "tipo" sono io?

I più risponderanno a questa domanda - ancora una volta acriticamente - ostentando la più ottusa sicurezza di sé con qualche frase del tipo io non appartengo a nessuna categoria, io sono io.
Sì, ok bravo, anch'io la pensavo così ma quando avevo 15 anni.
Poi sono cresciuta e mi sono resa conto che volente o nolente vivo all'interno di una società, compro vestiti disegnati e cuciti da altri, libri scritti e impaginati da altri, faccio scelte, giornalmente, che mi fanno appartenere ad una o ad un'altra categoria ma questo non significa che io sia un'automa. Posso appartenere ad una categoria eppure essere me stessa.
Ora non dirmi che ti ho sconvolto l'esistenza! :D

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Questo preambolo mosso da vaga acidità verso il prossimo per introdurvi questo post, in cui sfaterò qualche mito su chi fa uso intensivo di tecnologia varia e social network.

QUELLI CHE SI FANNO I SELFIE SONO TUTTI SCEMI.


Ora, la prima domanda è: perchè?
Per quale motivo l'azione di premere il tastino dello scatto quando l'obiettivo è rivolto verso me stessa dovrebbe fare di me un'idiota? Dov'è il nesso? non capisco.
L'azione di fissare la propria immagine ha molto a che vedere con l'identità, con l'indagine di se stessi o più semplicemente con l'apprezzamento di se stessi: in questo senso, a me pare cosa buona. Personalmente non mi sparo selfie a caso ovunque e comunque: se ho un trucco particolarmente ben riuscito o un pensiero da esprimere o i riccioli più definiti del solito ecco che mi fa piacere fissare il momento in immagine. Questo, al dire dei più, fai di me un'oca, un'insulsa donnetta frivola che sghignazza in falsetto davanti al proprio Iphone. Vabè.
C'è gente che per secoli si è fatta autoritratti e nessuno si è mai permesso di aprir bocca. Sono discriminata perchè al posto di un pennello ho un misero obiettivo digitale?

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QUELLI CHE USANO MOLTO I SOCIAL NETWORK NON HANNO UNA VITA.


E' vero che c'è molta gente al mondo che sostituisce la propria vita reale con quella virtuale, ok.
Però io qui voglio parlare di un uso intensivo ma non patologico - passatemi il termine - dei social network. Anche in questo caso mi sento chiamata in causa in quanto io sono molto presente sui social, mi piacciono, mi divertono. Ma questo non significa che io stia h 24 appiccicata al telefono o al pc lasciando all'oblio la mia vita reale.
Al caro autore della scritta qui sopra direi che nonostante la mia intensa vita social la mia vita di coppia è splendida e assolutamente reale.
I cari teorici del vita reale versus vita virtuale non contemplano un compromesso.
Vabè, si vede che loro non sono capaci di raggiungerlo.

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QUELLI CHE SI FANNO I SELFIE SONO IGNORANTI.


Quest'ultima immagine che vi propongo ha scatenato le acclamazioni di gran parte di un gruppo di appassionati di lettura che frequento su Facebook, con mio immenso stupore e delusione.
Come può un - sedicente - appassionato di libri essere così superficiale? La letteratura non serve forse ad aprire le menti?
Forse non funziona proprio con tutti.
Ai cari amici del gruppo ho risposto che leggo ben più di dieci libri per ogni selfie che mi faccio e che non mi vergogno affatto di appartenere sia alla categoria dei bookworms che a quella dei selfie-addicted.

Non capisco perchè una cosa debba necessariamente escludere l'altra.
Vorrei che tutti questi pseudo intellettuali che popolano la rete - pur usandola con parsimonia, eh! - riuscissero a valutare l'esistenza di categorie intermedie. Vorrei che potessero, almeno una volta nella loro vita riuscire anche solo a immaginare che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere.
Che esiste gente che si fa i selfie e che compra smalti e rossetti e poi si perde ore a leggere un libro.

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