lunedì 4 luglio 2011

Mondi paralleli - Una transfuga nord coreana impara a vivere fuori dalla prigione più grande del mondo [Parte seconda]

Pubblico la seconda parte del reportage "North Korean defector learns to live outside the world's biggest prison" ( Julian Borger, The Guardian).


QUI potrete leggere la prima parte della traduzione. Purtroppo, pur avendo detto in precedenza che avrei suddiviso la traduzione solo in due parti, mi sono vista costretta a tagliare ulteriormente in tre, per questioni di tempo.
Appena possibile, dunque, pubblicherò la terza ed ultima parte di questa traduzione.


Buona lettura.


Photo by Dan Chung for The Guardian

Una transfuga nord coreana impara a vivere fuori dalla prigione più grande del mondo 

reportage di: Julian Borger - The Guardian
traduzione di: Elena Spadafora 'Amaranthine Mess'

[Parte seconda]:

Rhee e sua sorella, Sang-mi, allora diciottenne, dovettero arrangirasi con i loro mezzi. Continuarono a curare il loro piccolo appezzamento di terreno ancora per due anni, ma non poterono ricavarne molto sostentamento. Rhee si sentiva depressa e sola senza sua madre e Sang-mi desiderava reincontrare il suo ragazzo, Choi Myung-chul, che era scappato in Cina nel 2005 promettendole che sarebbe tornato a prenderla nel giro di tre mesi. Una volta dall'altro lato trovò che fosse troppo pericoloso, per lui, ritornare.

Nel 2007 le due sorelle e due amiche di Sang-mi decisero di scappare insieme, passando il fiume Yalu che divide l'angolo a nord-est della Corea del Nord dalla Manciuria. Il fiume Yalu ha una forte corrente, è insidioso e ben pattugliato, ma le quattro ragazze conoscevano un punto in cui c'era un piccolo spazio per passare non pattugliato.

Non avevano un piano, dopo tutto. Sang-mi sperava di trovare Choi, non sapendo che lui si era già messo in cammino attraversando il deserto del Gobi verso la Mongolia.

La Cina non permette alle ambasciate sud coreane presenti sul suo territorio di distibuire passaporti agli esuli nord coreani, per evitare la fiumana di persone che ne conseguirebbe. Si è stimato che 250.000 di questi esuli si si sono stabiliti in Cina. Quelli con più denaro e più ambizioni si dirigono verso le missioni sud coreane in Mongolia e Thailandia.

La rotta mongola non è da prendere alla leggera: "Ci vogliono tre giorni di cammino attarverso il deserto e a volte ci ritrovavamo nella neve sino ai fianchi. Mangiavamo la neve per restare in vita" ricorda Choi - anche lui adesso si trova a Suwon.

Appena arrivate in Cina, le quattro ragazze si rivolsero ai parenti di una delle amiche di Sang-mi, ma loro non avevano stanze in cui ospitarle, così le indirizzarono verso un uomo cinese che abitava nella città di Yanji, nella provincia di Jilin il quale, dissero,  avrebbe potuto ospitarle.

Lui diede loro vitto e alloggio, ma ad un prezzo. La sua casa di legno era divisa in due. L'uomo viveva in una metà, con la sua famiglia, nell'altra metà giovani donne nord coreane stavano sedute davanti a dei computer, di fronte a delle webcam, esibendosi per le chatline erotiche.

"Dovevamo dire di essere donne sud coreane per parlare con uomini sud coreani. Ci è stato insegnato a vestirci come donne sud coreane e ci è stato detto cosa dire. Solo lo facevamo digitando del testo. Non c'era alcun suono, così i clienti non avrebbero saputo che eravamo del nord" racconta Rhee.

"Ci davano i pasti, ma mai denaro, e non potevamo uscire fuori dall'abitazione. Era come una prigione. Quattro di noi erano lì da quasi un anno. Ad un certo punto una delle ragazze scappò, ma tornò di sua sponte la mattina seguente. Non conosceva nessuno laggiù, e non conosceva la lingua."

Dopo 11 mesi di prigionia Sang-mi ed una delle altre ragazze fuggirono quando uno degli amici del loro carceriere venne incaricato di sorvegliarle. Le ragazze lo convinsero di essere autorizzate ad uscire per una pausa.

Subito dopo la loro scomparsa la polizia bussò alla porta. Se ci sia una connessione fra i due eventi Rhee non lo sa o è restia ad ipotizzare. Lei e le ragazze rimanenti vennero deportate in Corea del Nord ed imprigionate in un campo di lavoro fuori dalla città di Hoeryong. Dalle loro descrizioni si può dedurre che si trovassero nell'infame "Campo 22", il più grande campo di concentramento del Paese.

continua ---> [Terza parte]

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