giovedì 6 agosto 2015

Gli stereotipi al tempo dei nuovi comunisti ovvero "Think outside the box"


stereotipo comunista milano think outside the box
Questa definizione l'ho presa qui

Tutti i giorni, uscita dall'ufficio, faccio una bella passeggiata.
Avrei la fermata della metro a due passi ma preferisco camminare un po' di più perchè il percorso che faccio è bello, mi permette di vedere cose belle e dopo otto ore in ufficio sgranchire un po' le gambe non può farmi che bene, a maggior ragione adesso che sono diventata una healthy freak -> [se questa affermazione ti incuriosisce ti rimando al post in cui spiego tutto o quasi].


Per chi conosce Milano, la mia passeggiata consiste essenzialmente in Corso Garibaldi e Corso Como sino ad arrivare alla Stazione Garibaldi. Se ho un po' più di tempo e di voglia mi inerpico su per la salita che porta a quella meraviglia che è piazza Gae Aulenti. Ed è tutto bello e rilassante.

stereotipo comunista piazza gae aulenti milano
Questa foto l'ho presa qui 

Bello e rilassante finchè non mi si piazza davanti un tizio, o una tizia, che tenta di farmi firmare qualcosa. Adesso, io sono sempre stata a favore del volontariato, delle raccolte di firme (in senso lato, a prescindere dalla tesi sostenuta) e tutte queste belle cose ma non alle sei del pomeriggio dopo aver smadonnato (solo mentalmente, per carità) per otto ore dentro un ufficio. Quindi non firmo nulla, non compro nulla, quando si avvicinano li guardo e li poso con un no secco. I più desistono. Qualcuno si trascina ancora un po' dietro di me sperando che io torni sui miei passi.

L'altro pomeriggio, invece, è successa una cosa nuova. Nuova e fastidiosa.
Ormai da diversi giorni si piazzano lungo il mio percorso alcuni ragazzi che vendono copie del giornale "Lotta Comunista".
Ora, io il giornale lo conosco e lo apprezzo, l'ho anche comprato, da Feltrinelli, ma, come per la raccolta firme, alle sei del pomeriggio ho solo voglia di arrivare a casa e mettermi in mutande quindi no, grazie.

stereotipo comunista milano


L'altro pomeriggio, dicevo, succede qualcosa di nuovo: il più simpatico e intraprendente del gruppetto mi vede da lontano e inzia a camminarmi incontro urlando "ho trovato la ribelle, ho trovato la rivoluzionaria!".
Anche lui è stato posato con un secco no ma mi ha lasciato un fastidio che stento a descrivere.

Quest'uomo, questo sedicente comunista che dovrebbe essere un intellettuale, un open-minded mi ha giudicata. Mi ha giudicata davanti a tutti e ha urlato, nel bel mezzo di Corso Como, il suo giudizio.
E' stato per le mie Converse? O per i miei capelli arruffati? Forse per la riga di eyeliner troppo spessa? Che cosa nel suo micro cervello ha fatto scattare la certezza che io fossi una rivoluzionaria? Non potevo essere semplicemente una tizia mal vestita?
Però del resto anch'io mi abbandono allo stereotipo quando penso che qualcuno sia intelligente solo per il fatto di sostenere la causa di "Lotta Comunista".

Proprio questa settimana, al lavoro, sono stata estromessa da una riunione perchè si parlava di scarpe, ergo di moda e io, per come vado vestita, cosa devo capirne di moda?

Peccato che leggo tante riviste frivole e modaiole e che i miei contatti Facebook, Twitter, Instagram appartengano quasi unicamente a quel mondo. Ne capisco molto di più di quanto si possa credere ma il mio aspetto dice il contrario, quindi...
Non ci si pone neppure il problema che possa capirne, possa saperne e proprio per questo poi decidere di non essere uguale a tutti.

Il caro e inflazionato motto Think outside the box  a quanto pare è solo una supercazzola come tante altre.
Lo stereotipo è un qualcosa di rassicurante ed è semplice abbandonarci alla sua efficace seduzione. Andare oltre è difficile, ci si deve sforzare, si deve pensare. E non tutti sono capaci di farlo.

stereotipo comunista milano

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