giovedì 13 agosto 2015

L'affaire Cocoricò. Cosa ci rende davvero ribelli?

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Sono stata un'adolescente un po' ribelle anch'io, so cosa significhi provare attrazione per il dark side, però l'ecstasy non l'ho mai presa.

Sarà perchè non ero quel tipo: non andavo in discoteca con i capelli fluo la voglia di ballare fino al mattino, io ero più tipo da birra Moretti comprata a mezz'euro dal tizio bengalese che aveva un losco negozietto in centro in cui potevi trovare di tutto - glorioso negozietto da noi dolcissimi bohemien ribattezzato "Il Bangladesh".

L'ecstasy non l'ho mai presa, dicevo, come non ho mai assunto alcuna droga sintetica.

Mi hanno sempre terrorizzata. Sono sempre impallidita all'idea di prendere qualcosa che mi facesse davvero male e poi vedere i miei accorrere in ospedale a metà fra l'incazzato e il terrorizzato.

Si potrebbe pensare che io sia stata un'adolescente con troppi paletti autoimposti (forse è vero, ma solo per le cose importanti) ma per la droga no, non credo che il fatto di non voler assumere certe sostanze fosse dettato dalla "paura" della reazione dei miei quanto dal fatto che io quei "miei" ce li avevo, belli o brutti che fossero, io avevo qualcuno da cui tornare. Io avevo qualcuno che mi avrebbe pianto se fossi morta. E soprattutto, mi sarebbe dispiaciuto lasciare in loro un vuoto.

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scena de Il giardino delle vergini suicide (Sofia Coppola, 1999) tratto
dal libro Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides, 1993

L'affaire Cocoricò ha risvegliato una tempesta di opinioni che di solito resta sopita, stordita da tutta l'ipocrisia in cui viviamo immersi.

E' morto un ragazzo, aveva assunto una sostanza X che l'ha ucciso. Quella sera era al Cocoricò, discoteca in cui c'è un gran giro di stupefacenti quindi, per arginare il problema, chiudiamo il Cocoricò.

Ora, perdonate la domanda, non sono un poliziotto né un magistrato e sono certa che chi ha ordinato la chiusura del Cocoricò sappia il fatto suo ma..il Cocoricò è l'unico posto al mondo in cui si può prendere una pasticca e morire? Come dite? No? Ah quindi anche se il Cocoricò è chiuso la gente può continuare a impasticcarsi e morire, da un'altra parte. Ottima soluzione.

Tutto questo polverone si placherà a momenti, il Cocoricò riaprirà fra quanto? Quattro mesi? E per allora noi avremo già riassorbito la crisi.

In questi giorni hanno scritto anche che l'alcol uccide molta più gente.
L'alcol è molto più a buon mercato della droga, l'alcol è più facile da trovare. Entri al "Bangladesh" di turno e, anche se hai quindici anni, esci con una bottiglia di birra, di vino o di vodka e nessuno ti dice nulla.

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scena de Il giardino delle vergini suicide (Sofia Coppola, 1999) tratto
dal libro Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides, 1993

Però io mi chiedo: è davvero questo il punto?
Dobbiamo davvero metterci a dibattere su quale sostanza "uccida" di più? E' davvero questo il problema? Non credo.

Il problema, io credo, sia dentro le persone.
Perchè, ormai, si è noncuranti della propria vita?
Perchè si arriva a pensare di prendere una pasticca dentro la quale non si sa cosa ci sia tanto non può succedere niente.
Perchè, nel momento in cui lo si fa non si pensa che, potenzialmente, si sta per lasciare un vuoto nella vita di qualcuno?

Non credo sarà la chiusura di un locale o l'educazione all'alcol e alle droghe a risolvere il problema perchè il problema è in prima istanza dentro le persone.
Che poi diventi un fenomeno sociale sono d'accordo ma nasce dall'individuo.
Dovremmo iniziare seriamente a considerare delle soluzioni per curare il mal d'animo, per curare tutti gli ego feriti, sbandati, abbandonati.
Io vorrei che un giorno mio figlio decidesse di non prendere l'ecstasy perchè saprà di valere molto di più di una serata goliardica.

Lo sanno, questi ragazzi, di valere di più? Forse dovremmo informarli.

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scena de Il giardino delle vergini suicide (Sofia Coppola, 1999) tratto
dal libro Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides, 1993

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